Pordenone, la città dove vivo, è andata sott’acqua nei giorni scorsi. Molto meno di Vicenza, un po’ di più di Milano. Fatto sta che tra il pomeriggio di lunedì 1° novembre e la sera di martedì 2 novembre abbiamo passato qualche ora movimentata da queste parti. Non entro nella cronaca locale, che è poi quella classica dell’esondazione di un fiume cittadino. Salto direttamente alle conclusioni: nei momenti critici dell’emergenza - iniziata naturalmente durante un ponte festivo, con gli uffici deputati alla comunicazione chiusi - nessuna istituzione del terrorio ha saputo utilizzare con tempestività e profitto il canale internet. I primi flussi organizzati sono partiti nella tarda mattinata del 2 novembre, in un lento crescendo di consapevolezza riguardo alle potenzialità del canale. Sono stati tutti eccezionali nel rimboccarsi le maniche e darsi da fare per limitare i danni, questo sì, ma quanto a comunicazione diretta e disintermediata poteva andare molto meglio.
A Padova il sindaco faceva il livestreaming sul suo profilo in Facebook? Da noi, nelle stesse ore, si passava per i quartieri con il megafono e si aspettava il telegiornale della sera della influente tv locale per fare un punto di fronte ai cittadini. Del resto comunicare sarebbe compito dei giornalisti, i quali però - con l’eccezione di cui sopra - non avevano tempo per informare subito, dovendosi concentrare sugli articoli che sarebbero usciti il giorno dopo. Poi dici che l’informazione è in crisi: l’informazione, semplicemente, il più delle volte non è lì dove serve, quando serve. A dirla tutta - e questo dal mio punto di vista è ben più allarmante del comprensibile fiato corto delle amministrazioni locali - nemmeno i cittadini hanno brillato per iniziativa: il quadro che emergeva da Facebook, da Twitter e dagli altri social network in quelle ore era sommario, emotivo, di terza mano. Pochissimi fornivano il loro contenuto micro (dove mi trovo, che cosa vedo dalla finestra), quasi tutti commentavano lo scenario macro (signora mia, ha visto che roba?!).
L’unico guizzo pienamente contemporaneo in questa tabula ancora rasa della cittadinanza digitale è stata la Protezione Civile del Friuli Venezia Giulia, gliene sia dato merito. Piccole cose, eh: come condividere in modo trasparente, sollecito e non mediato i rapporti sugli stati di allerta o riportare le situazioni di crisi e di rischio sulla mappa. Tutto materiale comunque pubblico e disponibile, che non c’era più alcun motivo perché non fosse anche liberamente accessibile. Ciliegina sulla torta, la centrale di prevenzione regionale ha pubblicato in tempo quasi reale le rilevazioni orarie dell’altezza del fiume cittadino in corrispondenza del ponte più conosciuto della città, disegnando l’onda di piena su un grafico e mettendo il tutto a disposizione di chiunque fosse interessato. Così tu, cittadino, potevi prendere il dato aggiornato, fare due conti sulla tendenza, confrontare le misure con alcuni primati storici e andare a letto più o meno rasserenato a seconda dei casi. Non basta, aiuta. Stimola a metterci del proprio. A farsi non più solo destinatari, ma anche interpreti. Una via differente, più moderna e partecipata, per formare cittadini consapevoli ed esposti alla complessità del territorio in cui vivono. Oggi magari nelle emergenze, domani anche nella vita di tutti i giorni.
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