Le Pubbliche Amministrazioni devono concentrarsi sulla produzione, classificazione e pubblicazione di dati e informazioni grezzi e disaggregati, lasciando, salvo eccezioni espressamente previste dalla legge, all’iniziativa privata lo sviluppo di applicazioni ed interfacce per la loro rielaborazione, consultazione e fruizione.
Un orientamento della Pubblica Amministrazione verso l’Open Data offre nuove opportunità a chi investe nella Rete, incentivando la crescita di nuovi distretti dell’economia immateriale che rappresenterebbero un nuovo modello di produzione da affiancare a quello tradizionale oggi in crisi e, troppo spesso, sostenuto dagli aiuti di stato.
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17 Commenti
Questa principio andrebbe un pochino CALATO nella realtà.
Cosa si intende fare? Un software diverso per ogni amministrazione?
Come se la FIAT o la GENERAL MOTORS avesse un software diverso per ogni sede.
La verità è un altra. Oggi, nella PA, non esiste UN SOLO SOFTWARE COMUNE A TUTTE LE VARIE SEDI.
E via con perdite di tempo per conversioni per software prodotti anche dalle software house dell’amico dell’amico quando non prodotti dalle municipalizzate dei politici “bocciati” e “parcheggiati”…
LA verità è una ed una sola.
Fin quanto non esisterà un ISTITUTO NAZIONE INFORMATICO non faremo altro che sprecare soldi pubblici e far salire i tempi per far parlare queste centinaia di migliaia di software.
Sembra tutto troppo un bel modo per dire “attacchiamoci” tutti al distributore degli enti locali.
E poi ricordiamoci che i dati raccolti sono quasi sempre dati sensibili. Vogliamo davvero darli in mano a “non-si-sa-chi”?
Già non riusciamo a tenerli sicuri nella PA, figuramoci nel privato..
Spero di sbagliarmi.
Sarebbe sufficiente la definizione di un protocollo di interoperabilità al quale i produttori di software per la PA si dovrebbero attenere per poter vendere il prodotto.
Secondo lei, alla toyota, o alla general motors, hanno un protocollo di interoperabilità tra le varie SEDI internazioni od hanno un SOFTWARE UNICO?
Ecco. Se vogliamo uno stato che sia efficiente come una azienda dovremmo smetterla di pagare 9000 aziende diverse per avere lo stesso prodotto, per poi pagare 4500 aziende diverse per far parlare questi software e poi altre 2500 municipalizzate (veri stipendi-fici per politici tron.ati ed amici degli amiciI) per realizzare la stupenda interfaccia web per poter stampare un modulo che comunque andrà consegnato a mano…
L’unica maniera per risparmiare è realizzare UN software, MODULARE, e consegnarlo a tutte le sedi periferiche.
Il resto è semplice “desiderata”, “vorrei la pace nel mondo” e l’automobile che va ad acqua…
Triste, ma è così.
Piacerebbe anche a me un software unico per:
a. fare le carte di identità (ce ne sono a centinaia e si fanno nello stesso modo da nord a sud)
b. per pagare le tasse (ICI, RSU, …)
c. per le buste paga dei dipendenti
d….
Ma quando lo dico mi danno della “bulgara”…
In questo caso in realtà vorremmo centralizzare i dati, si, in un unico posto, ce la faremo?
Non concordo.
Che unico sia meglio e meno costoso e più open è indimostrabile.
Peraltro impedisce l’introduzione di innovazioni.
Così come avere i dati in un sol luogo, è pura follia (oppure provate ad elencare i paesi nei quali ciò accade e ditemi se vi piacerebbe viverci).
Diverso, molto più complesso ma per questo avvincente e strategico, è definire modelli di interoperabilità che paesi avanzati hanno già fatto (USA, Canada, …) e che consentono di fruire in maniera predefinita delle informazioni da chiunque possedute. Sui modelli di interoperabilità poi si possono costruire le ontologie. In Italia abbiamo creato la cooperazione applicativa come se fosse un fine; è solo un mezzo (non l’unico e oramai nemmeno il migliore) per scambiarsi qualcosa. Sì, ma cosa? E’ qui il punto di frontiera: cosa e in che modo (interoperabilità, appunto).
A livello governativo negli anni 90 partì la realizzazione della “R.U.P.A.”(Rete Unitaria della Pubblica Amministrazione), prevedeva il rilascio di una smart card personale, da ritirare presso il comune e poi essere autenticata dai gestori informatici che certificavano l’esattezza dei dati anagrafici della persona titolare della smart card.
(Per i profani possiamo chiamarla “Bancomat amministrativo” ).
Poteva essere usata in tutte le strutture publiche, scuole, ospedali, INPS, INPDAP etc. etc. ed anche da casa.
Si potevano richiedere ed avere certificati, eseguire pagamenti e tutta una serie di provvedimenti amministrativi.
Fra le varie crisi politiche ed economiche ha subito un brusco rallentamento e solo ora si sta riprendendo il progetto con la firma digitale.
C’è da tenere presente che in molte zone d’Italia ancora non ci sono i cablaggi per le fibre ottiche , per cui niente ADSL e quindi si è tagliati fuori dalla R.U.P.A. .
Per maggiori delucidazioni si può consulatare il seguente sito:
RUPA
Un modo per affrontare il problema della interoperabilita’ e’ adottare degli standard per la rappresentazione dei dati.
Molto concretamente, dati di carattere statistico vengono oggi pubblicati da istituzioni come Eurostat o la Banca Centrale Europea usando il formato
http://sdmx.org
A partire da questo standard, poi ognuno e’ libero di gestirlo con i programmi che preferisce.
Per dati di natura piu’ varia, il consorzio W3C ha da qualche anno definito il formato
http://en.wikipedia.org/wiki/Resource_Description_Framework
http://www.w3.org/RDF/
che viene per esempio utilizzato dalla regione spagnola dell’Asturia per rappresentare natura e ubicazione degli edifici pubblici
http://datos.fundacionctic.org/sandbox/asturias/exhibit/edificios/
l’adozione sistematica di standard (quelli di cui sopra, o altri, se si rivela necessario) dovrebbe eliminare i costosi problemi di conversione di cui parla Francesco qui sopra.
Questa è esattamente la strada da seguire, solo che non basta RDF ma occorre anche sviluppare i vocabolari (o ontologie) . L’idea del software unico pone più problemi di quanti ne risolve. Gli standard invece offrono la possibilità di condividere i dati e possono essere adattati alle esigenze specifiche degli utenti. Per la PA prima ancora che sviluppare o selezionare i propri vocabolari sarebbe utile definire le regole per la pubblicazione dei documenti come
1) assegnare una URI a ciascun documento
2) usare lo schema http per le URI
3) fare in modo che le URI siano permanenti e non spariscano dopo poco tempo.
Avrei commentato anche io questo aspetto, anche se in modo differente, per me almeno l’anagrafe dovrebbe essere fisicamente unica e tutte le PA dovrebbero averne l’accesso. altrimenti sarà sempre e comunque impossibile una gestione puntuale. Le Banche, giustamente, fanno dell’Anagrafe il loro totem, e lo Stato dovrebbe fare altrettanto.
Ma per il resto gli “standard per la rappresentazione dei dati“, “i vocabolari (o ontologie)“, dovrebbero essere definiti e gestiti “centralmente” e poi adottati da tutti. Altrimenti, come già scritto sopra, addio interoperabilità.
Il software unico è troppo facile e semplice per questo Paese. Soprattutto costa troppo poco. Tocca tenerci centinaia di programmi che fanno la stessa cosa. Ma, per favore, almeno l’Anagrafe sia Unica. Flavia, allora i Bulgari siamo in due, più le cento banche che NON hanno centri propri e usano un unico service (non faccio nomi per pubblicità) e di loro hanno solo terminali.
Questo articolo mi lascia perplesso, ma probabilmente non ho compreso bene. Espongo sinteticamente le mie osservazioni.
1. Le PA non potrebbero pubblicare i propri dati aggregati? Dovrebbero farlo solo soggetti privati? E questo per favorire il mercato?
Il senso di open data mi pare più che i soggetti pubblici devono pubblicare i dati che cittadini e imprese possono utilizzare per qualsiasi scopo, anche commerciale, non di vietare ogni elaborazione ai soggetti pubblici salvo riserva (a cosa si riferisce “l’eccezione espressamente prevista”? Al Sistan?)
2. Mi pare che andrebbe fatto un cenno riguardo alla privacy. Una cosa sono i dati contabili dei comuni, un’altra i dati catastali o fiscali, un’altra quelli sanitari. Anche in questo caso vi è una normativa, ma come si è visto con la questione dei dati fiscali, la “pubblicazione” può prendere varie forme e gradi: dall’indicizzazione in motori di ricerca fino al rilascio su richiesta motivata. La modulazione di questi gradi di diffusione determina il grado di privacy dei cittadini.
3. Una osservazione “a pelle” sugli artt.4 e 5 in relazione al tono generale del Manifesto: mi pare che il fraseggio di questi due articoli (in particolare il 5) siano particolarmente assertivi se confrontati con le dichiarazioni più di principio presenti negli altri. Questo li identifica come il cuore del documento e può far pensare che la vera agenda del Manifesto sia prevamentemente economica. La qualita della vita dei cittadini dipende certamente da una economia funzionante, ma mi pare sia più condivisibile un documento che insiste più su democrazia di qualità (art. 1 e 2), accountability delle amministrazioni (art. 3) e trasparenza dei soggetti incaricati di uffici pubblici.
Concordo con Camozzo quasi su tutto.
Peraltro in un manifesto che senso ha inserire frasi come “affiancare a quello tradizionale oggi in crisi e, troppo spesso, sostenuto dagli aiuti di stato” con riferimento al sistema di produzione tradizionale (immagino ci si riferisca a quello materiale, fordiano)? Siamo sicuri che l’industria dell’immateriale sia esente da “aiuti di stato”?
Ma il punto fondamentale che un manifesto sull’Open Government non può mettere paletti alle PA, com’è scritto nel primo paragrafo dell’art. 5.
La “sulla produzione” e’ sbagliato. E’ gia’ una interpretazione. Userei senza dubbio “sulla raccolta”.
Quanto al resto: “lasciando, salvo eccezioni espressamente previste dalla legge, all’iniziativa privata lo sviluppo di applicazioni ed interfacce per la loro rielaborazione, consultazione e fruizione.” cambierei il “lasciando” scrivendo: “consentendo non in esclusiva”
Concordo con Camozzo, in particolare per le osservazioni al comma 1.
Non vedo perché impedire alla P.A. di effettuare e pubblicare elaborazioni dei dati pubblici (che spesso possono essere molto interessanti). L’importante è che vengano resi disponibili i dati grezzi, per consentire ulteriori elaborazioni.
Non vorrei passasse una logica del tipo tutto quello che è dentro la P.A. è “male” e tutto quello che è fuori è “bene”. Nella P.A., tra i suoi dipendenti, esistono grandi potenzialità e capacità, che l’open data dovrebbe contribuire a far emergere e non a soffocare.
Sottoscrivvo tutto: i dati grezzi disponibili fanno la differenza.
La Frase “Le Pubbliche Amministrazioni devono concentrarsi sulla produzione, classificazione e pubblicazione di dati e informazioni grezzi e disaggregati,” è in contraddizione, nel termine “pubblicazione” con la frase successiva, che lascia a terzi l’iniziativa di, appunto “pubblicazione”.
Sostituirei quindi il termine “pubblicazione” con “gestione” o quello più adatto al termine “delivery”.
Mi sembra manchi qualsiasi riferimento alla conservazione e alla salvaguardia dei dati.
Nel momento in cui la PA si trasferisce nell’immateriale, diventa “costituzionale” una infrastruttura che garantisca la salvaguardia dei dati nei secoli a venire (non è una battuta), quindi le PA debbono garantire per i dati grezzi che siano inaccessibili ai non autorizzati, che i livelli di gestione del disastro sia almeno quello che la Banca d’Italia impone alle Banche; che i formati di gestione dei documenti vengano aggiornati nel tempo per evitarne l’impossibilità alla consultazione.
Sono d’accordo sulla mancanza di riferimenti in merito alla conservazione e alla salvaguardia dei dati. Bisogna fare molta attenzione quando nell’articolo si dice “lasciando, salvo eccezioni espressamente previste dalla legge, all’iniziativa privata lo sviluppo di applicazioni ed interfacce per la loro rielaborazione, consultazione e fruizione”. Poiché i privati potrebbero avere interessi altri per la consultazione, fruizione o cessione di dati nei confronti di terzi, forse sarebbe necessario rifarsi al Codice della Privacy, e nello specifico all’art. 23 che cita “Il trattamento di dati personali da parte di privati o di enti pubblici economici è ammesso solo con il consenso espresso dell’interessato”.
Quindi aggiungerei all’art. 10 del Manifesto la frase “con il consenso espresso dell’interessato”. Ovviamente, il problema è proprio questo: far comprendere al fantomatico interessato, quanto è importante la diffusione e la trasparenza dei dati per lo sviluppo economico del sistema paese.
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