Caro collega che lavori nella PA italiana,
forse ti stai chiedendo se ci sia veramente bisogno di un nuovo manifesto, o se non basterebbe invece applicare quella montagna di leggi e direttive che giacciono inerti e abbandonate sugli scaffali della PA.
Io credo che innanzitutto sia necessario condividere molte idee insieme a quelli come noi che operano nelle amministrazioni pubbliche, e poiché le norme abitualmente si subiscono, è forse più utile partire dalla convergenza su un pensiero attivo e positivo per inseguire l’obiettivo di un governo aperto sul serio.
Se si comprende un’idea e i valori che si porta dietro, è più facile individuare la strada per applicarla concretamente, a prescindere dagli aspetti propriamente legislativi. Serviranno anche quelli, certamente, ma il punto di partenza è legato alla visione che si ha del ruolo dell’amministrazione rispetto ai cittadini, alle imprese, alla rete.
Sì, la rete, o forse dovremmo scrivere “la Rete”, che non è solo connettività, bit, informazioni e servizi. La Rete con la R maiuscola è qualcosa che genera un valore che prima non c’era, abilitato dalle persone e soprattutto dalle applicazioni create dalle persone. Ma questa straordinaria opportunità ha bisogno di un terreno fertile che ancora in Italia non c’è.
Questa è la prima cosa che dovremo condividere, caro collega, quali sono le “sostanze indispensabili” affinché il nostro terreno sia fertile sul serio.
Quando rendiamo disponibili in formati accessibili informazioni e servizi su Internet, noi non facciamo che una parte del nostro dovere. E’ vero, lo ammetto, stiamo rispettando le indicazioni e i vincoli del CAD, della legge Stanca e dell’ultima direttiva sui siti web delle PA. E probabilmente molti cittadini già saranno soddisfatti così, e così pure gran parte dei burocrati che ci circondano.
Ma possiamo fare molto di meglio. Abbiamo la possibilità di introdurre la nostra piccola quota di fertilizzante nel suolo della rete, in attesa che un seme più intelligente di altri pianti le sue radici succhiando informazioni lasciate lì da noi. Come? ti chiederai. Trattando l’informazione come se fosse un’infrastruttura di base dell’economia immateriale (art 4 del manifesto).
E’ semplice e non è nemmeno troppo dispendioso, ma presuppone una consapevolezza che ancora è poco diffusa. Le questioni da comprendere sono fondamentalmente quattro: i formati, le licenze, l’aggiornamento e l’accesso.
Per fare un buon lavoro dovremo rendere disponibili i dati della nostra amministrazione usando dei formati aperti, adatti ad essere interpretati dal software e non solo dagli umani. Per fare un esempio, se pubblichiamo l’elenco delle aree Wi Fi pubbliche presenti nella nostra città, con la collocazione delle antenne sul territorio, non è sufficiente che presentiamo una bella immagine della mappa delle installazioni. Questa infatti sarà un’utile informazione per i turisti e per gli abitanti, ma non sarà riutilizzabile in alcun modo dal software. Ma se noi associassimo alla mappa anche una banale tabella dove presentiamo gli stessi dati fornendo indirizzi o coordinate geografiche, usando un formato tipo CSV, quello che si esporta anche da un banale foglio di Excell, ecco che la nostra informazione diventerebbe terreno fertile. Un’impresa o un appassionato potrebbero raccogliere tutti i dati di questo tipo delle città italiane e costruire una mappa sempre aggiornata delle aree Wi Fi pubbliche del paese. O potrebbero connettere i dati sulla presenza di antenne radio con l’insorgenza di determinati disturbi nei residenti di una specifica area, sempre se l’azienda sanitaria locale rendesse disponibili questi dati.
Si comprende subito come l’aggiornamento periodico di queste informazioni rappresenti uno degli elementi chiave insieme alla facile accessibilità attraverso la rete. Sarebbe sufficiente creare uno specifico spazio web dove raccogliere tutti i dati “liberati” della nostra amministrazione e attendere che qualche seme vada ad attecchire.
Manca ancora un elemento però, ma è fondamentale. Di chi sono i dati che andremo a rendere disponibili? Come fanno un cittadino, un’impresa, un’associazione a sapere che li possono usare liberamente? Dovremo accompagnare questi dati con una licenza che ne consenta l’utilizzo nel totale rispetto della legge. E’ facile, è un problema che a livello internazionale è già stato affrontato con successo ed ora ci sono anche delle formule italiane semplici e praticabili, come la Italian Open Data License v1.0. (Per un approfondimento sulle licenze vedi il post di Ernesto Belisario) Non resta quindi che scrivere chiaramente quale licenza utilizziamo.
Abbiamo parlato in precedenza di economia immateriale della rete, ovvero possiamo ipotizzare che oltre a generare valore pubblico qualcuno ci potrebbe pure far soldi. Sarebbe un problema? Francamente credo proprio di no. Se i dati pubblici sono in rete e qualcuno li usa intelligentemente per estrarvi qualcosa di utile, ben venga, saranno il mercato e soprattutto le persone a decidere se vale la pena di spendere o meno per quel prodotto (art 5).
A questo punto ti starai chiedendo dove sta il trucco, se tutto è così semplice allora perché non lo abbiamo già fatto. Ecco, la risposta è semplice, dobbiamo ancora metabolizzare il concetto che sta alla base di tutto questo agire concretamente: occorre un nuovo modello di trasparenza (art 3). Oggi quello che ci dicono le norme è: “devi rendere trasparente tutto quello che è elencato di seguito”. È un elenco lungo, con le ultime disposizioni le cose sono tante, è vero, ma ciò di cui stiamo parlando è completamente diverso. L’idea che propone il manifesto potrebbe essere riassunta così: “rendi trasparente tutto quello che non è espressamente proibito dalla legge nell’intento di tutelare della privacy dei cittadini, e usa tutte le risorse a tua disposizione per informarli e coinvolgerli perché l’intelligenza collettiva può regalarti grandi risultati” (art 6 e 7).
Attento però, caro collega, se senti di condividere alcune di queste idee, sappi che potrebbe venirti in mente di maneggiare anche materiale che qualcuno considera invece scomodo o non adatto. Non tu, ovviamente, ma tanti amministratori e burocrati che ritengono sia meglio che certe cose “non si sappiano troppo in dettaglio”: i dati ambientali, l’inquinamento, il rumore, le spese, gli investimenti e così via. Continueranno quindi a chiederti di pubblicare sul web brillanti report e comunicati stampa, corposi PDF da scaricare pensando che il frutto delle loro accurate elaborazioni sia in grado di soddisfare il requisito della trasparenza.
Beh, oggi non è più così, e noi tutti stiamo qui condividendo l’idea che in questa rete sempre più popolata di applicazioni accoglieremo con piacere i frutti dell’intelligenza collettiva se saranno in grado di semplificarci la vita e ci faranno incidere meglio sulla società che abitiamo.
Claudio Forghieri
4 Commenti
Ciao Claudio e grazie del post.
volevo solo far notare che al punto 4 della Italian Open Data License v1.0 c’e’
“Non puoi esercitare alcuno dei diritti a Te concessi in modo tale che sia prevalentemente inteso al perseguimento di un vantaggio commerciale o di un compenso monetario privato.”
e questo sembra contraddire la apertura che tu esprimi (e che io condivido) alla possibilita’ che qualcuno sviluppi servizi commerciali a partire dai dati pubblici (e questo sarebbe il punto 4 del manifesto di datagov.it)
questa restrizione della Italian Open Data License v1.0 e’ giunta alla attenzione, per esempio, di Jordan Hatcher, uno degli avvocati della Open Knowledge Foundation (OKFN) secondo il quale essa non rispetta il criterio della apertura, cosi’ come definito da OKFN:
“http://www.formez.it/iodl/ The Italian #OpenData License that isn’t actually open - http://www.opendefinition.org/okd/ #d”
http://twitter.com/#!/jordanhatcher/status/29648417379
forse sarebbe il caso di ripensare la definizione di quella licenza o di definirne una alternativa, conforme ai principi di OpenData.
Hai perfettamente ragione, c’è una contraddizione di fondo che auspico venga risolta con una evoluzione della licenza italiana quando e se ne uscirà una prossima versione. Nel frattempo mi auguro “passi” il concetto dell’apertura presso le amministrazioni, che è la cosa più lenta e labororiosa da realizzare.
Gentile Forghieri,
devo dire che la restrizione relativa all’uso commerciale dei dati mi sembra molto grave, ed apparentemente ingiustificabile, nella misura in cui si intende il rilascio della licenza come strumento di apertura e di stimolo al riutilizzo dei dati pubblici.
Si tratta, è del tutto evidente, di un’ulteriore “ricaduta” del discrimine tra riutilizzo commerciale e non commerciale sancito dalla normativa italiana, e che non smette di condizionare ogni ulteriore evoluzione della materia.
Ritenere, quindi, che la licenza possa costituire un primo passo nella prospettiva dell’open government in Italia mi pare un errore di prospettiva: dove lo hanno inventato e praticato per primi (gli Usa) questo discrimine non c’è mai stato…
Cordialmente
Grazie Claudio,
il tuo articolo mi pare molto utile per i “neofiti” dell’open data, laddove chiarisce la correlazione tra due dei suoi presupposti fondamentali: quello tecnico (il formato aperto dei dati della PA) e quello giuridico (le licenze d’uso di tali dati).
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